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sergiomartino.jpgSergio Martino (Rome, 1938) is an Italian film director known for his contribution to the 1970s and 1980s Italian filone cinema. His first success came with the giallo Next! (1971) from which he moved to spaghetti western (Mannaja, 1977), gialli (Torso, 1973), poliziotteschi (The Violent Professionals, 1973), horror movies (The Mountain of the Cannibal God, 1978; Island of Mutations, 1979), science fiction movies (2019, After the Fall of New York, 1983) and comedies (Giovannona Long-Thigh, 1973). His works witness the hybridization of International and local cinematic genres as a pivotal characteristic of the Italian filone cinema.

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I Corpi Presentano Tracce di Violenza Carnale, 1973

The face-to-face interview took place the 26th of October 2015 in thevenues of Martino’s production company, Dania Film, and addresses Martino’s horror and giallo productions. Many scholarships approached filone cinema’s productions under the lens of Cult or Transnational cinema studies. In this respect, the interview aims at collecting Martino’s considerations regarding the actual state of debate on Italian filone cinema. Nevertheless, the accent is put on a different conceptualization of this kind of cinema; a conceptualization that aims at analysing filone cinema in relation to its capacity of representing issues and concerns of its contemporaneity.

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La Polizia Accusa: il Servizio Segreto Uccide, 1975

Accordingly, introducing Martino’s relationship with Hollywood cinema, the interview focuses on the way in which his horror movies, and filone cinema in general, managed to intercept fears and neuroses of the Italian society. The director explores the chaotic system of production of his cinema. He faces the struggle to organise it as an industry, contrasting the negative approach of the critics towards a cinema devoted to entertainment in a highly politicised period of Italian history. Sexual liberation, political violence, corrupted authorities and bloodthirsty criminals provided the inspiration for a director that managed to merge the Italian craftsmanship to the professionalism achieved in his experience in the United States.

 

Leggi l’intervista sul Journal of Italian Cinema and Media Studies

Giulio Olesen

 

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L’uomo della Provvidenza torna a dettare l’agenda politica Italiana. Dopo un ventennio di dominazione berlusconiana siamo di fronte alla prospettiva di un altro lungo periodo sotto la protezione del nuovo uomo forte della politica italiana: Matteo Renzi. Il cinema italiano si è sempre dimostrato allergico nei confronti dell’individualismo rampante, rappresentato nei suoi esempi più fortunati dalla maschera satirica di Alberto Sordi. E’, invece, agli inizi degli anni Settanta, dopo venticinque anni di governi democristiani, che il cinema popolare comincia a rispecchiare la domanda latente di ordine e l’implicita richiesta d’aiuto di un uomo forte che metta un freno all’escalation di violenza che televisione e stampa rigurgitano ogni giorni nei salotti degli italiani. Il conflitto politico tra estrema destra ed estrema sinistra alimenta e amplifica i conflitti atavici che hanno caratterizzato l’Italia a partire dalla sua unificazione. Questione meridionale, emigrazione interna, la diffusa insofferenza nei confronti dello Stato, gli squilibri sociali e la devastazione ambientale derivata dal rapido boom economico segnano profondamente il clima socio-politico del paese così come le vicende cinematografiche. La stagnazione del mercato del lavoro che da una parte concede potere contrattuale agli operai – portando ad esempio all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970 – esclude dai giochi una massa indistinta di italiani che non trovano posto e possibilità di raggiungere i nuovi oggetti del desiderio della società dei consumi. Privati delle loro radici culturali e senza rappresentanza politica questa massa amorfa va a popolare il sottobosco criminale che segna la cronaca nera delle grandi città da Nord a Sud del paese e rappresenta lo sfondo umano ideale del cinema d’azione italiano.

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Sull’onda delle mode d’oltreoceano la prima risposta cinematografica invade le sale di terza visione, ormai in un continuo ed inesorabile declino, a partire dal 1972, anno di uscita del film di Steno La Polizia Ringrazia. A partire da questa data, fino alle soglie degli anni Ottanta, continua ad intrecciarsi la volontà politica di mettere un cappello alla produzione cinematografica, la profonda disillusione politica di autori e registi – molti dei quali formatisi nel Western e ormai in possesso di una sapienza registica, in particolar modo per quanto riguarda le scene d’azione – ed un sistema produttivo sempre più vicino al collasso ed incapace di un profondo rinnovamento. Si fa strada, insomma, il cosiddetto Poliziottesco o Poliziesco all’italiana, nato sulle orme del successo del genere che dalla fine degli anni Sessanta con film statunitensi come La Calda Notte dell’Ispettore Tibbs (1967) di Norman Jewison, Bullit (1968) di Peter Yates, Ispettore Callaghan: il caso “Scorpio” è tuo!! (1971) di Don Siegel e Il Braccio Violento della Legge (1971) di John Frankenheimer, conquista i box-office internazionali.

 

Ecco quindi servito l’uomo forte, il commissario di ferro che a suon di pistole e ceffoni propone un rituale catartico al suo pubblico, spolpando la cronaca nera del tempo e catapultando il cinema popolare italiano nel presente immediato. Il discorso si potrebbe chiudere qua, se non fosse per le profonde differenze ideologiche con il modello americano che, nonostante le accuse – a volte fondate – di revanscismo da parte della critica, sottendono una relazione profondamente diversa tra il cittadino italiano e lo Stato. Se molto si è detto del debito nei confronti del modello americano lo stesso non si può dire nei confronti delle motivazioni che portano alla rielaborazione del modello hollywoodiano da parte del cinema italiano, che trova già una via autonoma a partire da Banditi a Milano (1968) di Carlo Lizzani e un successo clamoroso all’estero a partire dal film Il Cittadino si Ribella (1974) di Enzo G. Castellari che incassa 1 miliardo e 700 milioni e, dopo la sua proiezione negli U.S.A., compete con tutta la serie dei “giustizieri della notte” a cui Charles Bronson darà corpo.

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Come avvenuto con il Western assistiamo ad una profonda reinterpretazione del modello originale su una base che rimanda alla profonda differenza sia ideologica che culturale tra l’Italia e la superpotenza Americana. Negli Stati Uniti molti di questi film sembrano rispondere ad un’esigenza di ordine derivata dall’esplosione della violenza metropolitana, raramente distinta dai conflitti politici che animano il paese – dalle rivendicazioni delle comunità afroamericane alle proteste contro la guerra in Vietnam – tentando di ristabilire la centralità della legge – intesa sia come giustizia universale che come affermazione dell’importanza imprescindibile di una sovrastruttura come la Nazione – attraverso le figure di poliziotti borderline. the-french-connection-movie-wallpaperQuesti poliziotti compiono i loro rispettivi viaggi attraverso e al di fuori dei confini della legge e proprio sull’idea di confine, così come i loro antecedenti Western, che ancora una volta si fonda questo nuovo filone della cinematografia statunitense. Confine inteso principalmente nella prospettiva della legge, del suo significato e della relazione che le due cinematografie portano allo scoperto tra la stessa legge e il pubblico a cui si riferiscono. Hollywood porta così sullo schermo la sua pattuglia di poliziotti dal carattere scorbutico e dal grilletto facile.

La grande differenza con i cugini italiani risiede comunque nel ruolo che, in un modo o nell’altro, giocano le sovrastrutture per definire la conclusione del racconto. Titoli come Abuso di potere (Camillo Bazzoni, 1972), La Polizia Incrimina, la Legge Assolve (Enzo G. Castellari, 1973), Milano Odia: la Polizia non può Sparare (Umberto Lenzi, 1974), La Polizia Accusa: il Servizio Segreto Uccide (Sergio Martini, 1975), come molti altri dimostrano una conflittualità con le autorità mai risolta dai tempi dell’Uomo senza nome di leoniana memoria.

screenshot-med-01Se, infatti, un punto di contatto tra l’interpretazione del genere delle due cinematografie può essere considerato il distintivo gettato da Harry Callaghan nella scena finale di Ispettore Callaghan: il caso “Scorpio” è tuo!! – che tra l’altro richiama il gesto che lo stesso Eastwood compiva nei panni del Monco in For a Few Dollar More (Sergio Leone, 1965) la giustizia finale viene in ogni modo ristabilita attraverso la morte del cattivo. L’uso della violenza, nonostante travalichi la legge, trova la sua finale giustificazione nel riequilibrio apparente dell’ordine costituito. L’affermazione della superiorità del bene si ristabilisce appellandosi ad un sistema universalmente riconosciuto. La stessa soluzione che giustificava l’uso della violenza e risolveva il dilemma legge-natura selvaggia in molti western americani. Nonostante le storture del sistema portino l’ispettore di turno ad uscire dai confini della legge la possibilità di rigenerazione della società a partire da elementi interni alla società stessa non viene mai esclusa. La Nazione in quanto sovrastruttura e rappresentante della giustizia rimane un punto di riferimento ineluttabile nello scioglimento delle trame criminali che ne ledono le fondamenta.

L’Italia, così come la sua cinematografia, non è mai riuscita a sintonizzarsi su un’idea condivisa di Nazione e ciò si riflette sulla relazione tra Stato e cittadinanza così come nella partitura a tre che alimenta i polizieschi italiani: le alte sfere del potere, il poliziotto e il cittadino. E’ lo stesso conflitto che muove i film hollywoodiani ma, come già detto, è il risultato che è diverso. Ancora sulle orme della cinematografia del dopoguerra, nonostante una significativa virata “a destra” delle vicende proposte, il poliziottesco è ancora un cinema degli sconfitti. Questa volta però gli sconfitti sono tutti: vittime, colpevoli, autorità e legge. Come per gli ispettori di San Francisco ci troviamo di fronte a uomini soli costretti a lottare tra criminalità e corruzione; ma se dall’altra parte dell’atlantico lo scioglimento finale si concentra sulla sconfitta del cattivo, in Italia i soggetti rimangono impantanati nella melma dell’indeterminatezza finale, non c’è spazio per glorificare gli eroi se non nella morte.url-2 url-1La sovrastruttura non funziona e forse non esiste.E si finisce sempre con la sensazione che sia proprio essa a permette il meccanismo perverso che mette in moto le vicende violente e criminali al centro di queste storie metropolitane. D’altronde non potrebbe essere altrimenti in un paese caratterizzato dall’indeterminatezza della propria giustizia e dall’ambiguità che pervade gli eventi drammatici degli anni di piombo, in un inestricabile groviglio di relazioni tra Stato, criminalità e politica tutt’ora irrisolto.

MaurizioMerli

I commissari italiani, violenti, asociali, in perenne conflitto con i superiori – non solo all’interno della stessa polizia ma anche e soprattutto con politici, magistrati e uomini dei servizi segreti – e quasi sempre destinati alla morte riflettono il legame di questo ultimo esempio di cinema di genere italiano, esportato anche all’estero, con il complicato rapporto, mai sbocciato dal dopoguerra in poi, tra lo Stato italiano e la sua cittadinanza. Una relazione conflittuale figlia della storia recente, della cronaca e di registi e autori cresciuti nel caotico mondo produttivo dello Spaghetti-Western. Un genere, quindi, non estemporaneo ma, al contrario, appartenente ad un preciso contesto socio-culturale. Siamo di fronte, ancora una volta, alla definitiva affermazione di professionalità mai così capaci quanto disilluse, non più solo dal punto di vista politico, ma proprio dal punto di vista delle possibilità comunicative del cinema d’intrattenimento, inondato dalla pervasività della televisione e distorto fino al tracollo della fine degli anni Settanta dal sistema viziato del finanziamento pubblico, sia stata incapace di creare una reale spinta al rinnovamento. Ancora una volta, quindi, a contatto con un sistema che sfrutta fino allo sfinimento un filone di successo tra furbi affaristi, raccomandati, dilettanti e anarchici geniali che hanno accompagnato il cinema di genere italiano fino agli anni Ottanta per lasciare spazio definitivamente alla televisione.

Oggi, a più di trent’anni di distanza colpisce l’impostazione di fondo di questi film. Lo Stato corrotto, a differenza dei corrispettivi americani, fa parte della base concettuale di questi spaccati di realtà aumentata. E’ un dato di fatto, nulla di cui stupirsi e, soprattutto, un discorso su cui costruire le azioni dei protagonisti e non una dimensione attraverso la quale procedere verso un discorso purificatore e rigeneratore della cosa pubblica. La rigenerazione nei poliziotteschi non avviene se non attraverso la giustizia fai-da-te a cui sono spinti molti dei nostri commissari. Rimane, quindi, una sensazione latente di continuità con il passato che si adatta ad un presente stravolto nella sua forma ma immutabile nella sua sostanza. La storia infinita di un paese di gattopardi, alla continua ricerca di un cambiamento ma pronta ad accettare lo stesso copione, sperando che il commissario di turno ci regali ancora una volta un frammento di novità.