Il film del giorno – Federico Fellini: La Dolce Vita

Pubblicato: febbraio 8, 2012 in The Holy Zen's Works
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‘La dolce vita’[1]

Il cinema di Federico Fellini è uno straordinario esempio di una rappresentazione che fonde il sogno e la società. Attraverso le immagini, il regista evoca in continuazione contenuti impliciti delle sue narrazioni. E’ il primo film di Fellini nel quale viene meno di fatto l’assillo dell’intreccio e tutto è guardato senza la preoccupazione di seguire lo svolgimento di una storia. Il film respira attraverso la giustapposizione di sequenze scarsamente collegate tra loro, che ne accentuano, proprio per questo, il significato spirituale complessivo[2]. Marcello, giornalista di una rivista scandalistica si trova ad affrontare un mondo pieno di eccessi e stravaganze, come di cinismo e sopraffazione, con cui l’Italia dei primi anni ’60 cominciava a relazionarsi da vicino. L’analisi del mutamento sociale si mescola inestricabilmente alla sempre più pervasiva industria mediatica, fonte della spettacolarizzazione delle vicende umane, siano esse squallide dimostrazioni del degrado morale, della noia atavica delle classi abbienti, o prodotti cinici e superficiali dell’ignoranza e della sofferenza delle classi popolari. Le immagini evocano, sono il contesto delle azioni dei protagonisti e nello stesso tempo offrono allo spettatore un ulteriore spunto di riflessione, rimandando a contenuti conflittuali presenti nelle immagini stesse. L’ambiente si trasforma in simbolo, nella proiezione artistica, l’azione è compiuta tra i personaggi, mentre l’ambiente, in cui la stessa azione si fenomenizza, ne qualifica la tipologia dell’interazione[3].

L’inizio del film è esemplare per introdurre gli elementi della narrazione sul piano visivo e le tematiche affrontate lungo la storia. La scena si apre con un elicottero che trasporta una statua dorata del Cristo Redentore mentre sorvola le rovine romane dell’acquedotto, rasenta i palazzoni in costruzione nelle periferie romane, dove una folla di bambini lo rincorre festante, per arrivare finalmente in San Pietro. La scena gioca sul contrasto ambientale. L’elicottero, simbolo del progresso e della modernità, sorvola le rovine romane, simbolo della storia e del passato. Già si introduce il conflitto tra vecchio e nuovo che si muoverà lungo tutta la pellicola. I palazzoni delle periferie sono l’altra faccia di quel progresso. Il progresso che non passa inosservato sui cieli della città, ma la modifica e la devasta sul piano fisico; i palazzoni sono inquadrati assieme agli operai che li lavorano, ad evocare la mano dell’uomo sul progresso tecnologico. Il Cristo in volo acquisisce ancora di più carattere etereo, mistico, rincorso idealmente dalla folla ingenua di bambini, quasi a simboleggiare il carattere puro, primordiale, del mito religioso; vola comunque attraverso la mano degli uomini (l’elicottero) che sono la linfa vitale di qualsiasi mito. Cristo, i valori cristiani, rappresentano la base ideale, il punto di partenza dalla quale poter analizzare le trasformazioni valoriali della società italiana. Dopo la statua troviamo immediatamente una ballerina di un locale notturno romano, ricoperta d’oro, che balla assieme a danzatori svestiti. L’analogia con Cristo è immediata sul piano visivo e introduce un tema ricorrente del film: il conflitto tra sacro e profano. E’ appunto in direzione di tale conflitto che si spiega l’utilizzo della statua come riferimento ai fondamenti valoriali della società, tradizionalmente ancorati alla cristianità. Mentre dietro a Cristo correvano bambini festanti, a osservare le movenze carnali dei ballerini dorati troviamo la borghesia romana. Si introducono così, senza il bisogno di parole, i conflitti che animano la pellicola. Lungo il film, gli episodi manterranno costanti un elemento di sacralità, con cui il protagonista si confronta, ricerca un territorio comune, risultandone necessariamente disorientato e sconfitto.

Nel secondo episodio della pellicola Marcello incontra Maddalena, una ragazza ricca, depressa e insoddisfatta. I due con la lussuosa macchina di lei, caricano per sfizio una prostituta e la accompagnano a casa. Arrivati alla casa di periferia della prostituta, Maddalena si autoinvita per un caffè. La casa è fatiscente e allagata, ma non per questo la donna rinuncia all’ospitalità più gentile. In casa, senza degnarla di uno sguardo o una domanda, Marcello e Maddalena si accomodano sul letto e cominciano a fare l’amore, mentre la donna gentilmente dice alla coppia di aver lasciato il caffè davanti alla porta. La distanza tra le parti è infinita.

Nella scena successiva si introduce Emma, la fidanzata oppressiva. Viene presentata attraverso il suo tentativo di suicidio, interrotto dall’ingresso in casa di Marcello. L’amore tra i due personaggi è precario e morboso, la loro casa è spoglia, senza mobili e né vita. La relazione di coppia è lesiva per entrambi, lei è ossessionata dalla paura di non essere amata, mentre lui non riesce a staccarsi dall’abbraccio totalizzante della donna. Il tragico salvataggio risulta l’unico momento in cui troviamo il protagonista tra le proprie mura domestiche. I valori tradizionali entrano in crisi attraverso l’associazione tra immagini e vicende tragiche.

L’episodio successivo è quello che vede protagonista Anita Ekberg, la diva Sylvia, arrivata a Roma per una coproduzione americana. Fellini disse dell’attrice: “Anita Ekberg! […]Era di una bellezza sovrumana. […]Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab”[4]. Il regista riesce a trasmettere perfettamente quest’adorazione infantile per questa nuova categoria mitica dell’immaginario collettivo, fondata sulla naturalità della bellezza estetica, che trascende l’intelligenza per accasarsi negli istinti primordiali umani. All’arrivo della diva a Fiumicino i giornalisti la accolgono come una regina. La superficialità è il tratto distintivo della diva, così come del sistema mediatico che le gira intorno; la bellezza straordinaria della diva è l’elemento sacrale insito nell’episodio. La superficialità della donna si sposa con un candore e un’ingenuità che la rendono una creatura mistica, quasi mitologica. Marcello ne è irrimediabilmente attratto, cerca continuamente di instaurare un dialogo fondato su elementi profondi, umani[5], senza però riuscire ad ottenere l’attenzione di Sylvia, che non lo ascolta e non lo capisce, catturata ora dai balli sfrenati ora dal richiamo della natura o dalla bellezza del paesaggio. La scena si sposta in un night club, ancora una volta il nuovo si contestualizza in uno scenario immutabile ed eterno per il contrasto ideale tra personaggi che si muovono a ritmo di rock ‘n’ roll, esibendosi in danze sfrenate e sensuali, nel contesto delle rovine romane delle terme di Caracalla. Sylvia litiga con il marito, scappando dal locale. Marcello la porta così prima in un’isolata via della periferia poi al centro di Roma; arriva così alla fontana di Trevi, vi entra e invita Marcello a fare altrettanto. Qui ancora sull’orma religiosa della cosmologia dei nuovi simboli collettivi, Sylvia bagna la testa di Marcello evocando il gesto del battesimo; il protagonista continua a ripeterle: “Sylvia, dimmi chi sei?”, non riesce a comprenderla, tenta di entrare in contatto ma non trova appoggi nella superficialità che lei stessa rappresenta.

Il film continua sulle storture del sistema mediatico. Inizia l’episodio del finto miracolo in cui si assiste al cinico sfruttamento della superstizione popolare. Troviamo un giornalismo che antepone la notizia all’uomo, che mercifica il sentimento e il dolore e annulla la vita privata, per ridurla ad un puro servizio da dare in pasto alla curiosità del lettore/spettatore[6]. Due bambini dichiarano di aver visto la Madonna levitare di fronte ad un albero. I genitori posano per alcune fotografie e ritroviamo una mutua partecipazione da parte dei media e dei loro succubi nel costruire l’inganno. Il nonno si fa riprendere inginocchiato a mani serrate mentre intona l’Ave Maria, il padre sorride tronfio alle macchine fotografiche, lo zio intervistato dalla radio legge le risposte da un foglio già pronto, mentre fuori si riempie di curiosi e credenti, giunti per ricevere la grazia divina. Troviamo così un regista televisivo che inscena una preghiera collettiva (“Più imploranti! Più imploranti!”) e disperati che pregano sinceramente per le loro sofferenze. L’episodio culmina con la pioggia scrosciante che si abbatte sulla folla, i bambini che escono e cominciano a correre da una parte all’altra dicendo di vedere la Vergine, finendo col dire: “Ha detto alla Madonna che se non si costruisce una chiesa qui non viene più”. Fellini riesce a denunciare i media e il loro lucrare sull’ignoranza della gente senza dover ricorrere a dialoghi moralisti e prolissi; gli basta la potenza evocativa delle immagini e alcuni commenti fulminei dei protagonisti.

L’episodio successivo prende di mira la borghesia intellettuale. Emma e Marcello sono invitati a cena a casa di Steiner, amico di Marcello, di cui invidia classe, amici, e successo in quanto letterato. Qui incontriamo personaggi in crisi d’identità, senza punti fermi. Marcello ricerca un contatto con Steiner, esempio di realizzazione personale, stimolo a riprendere la sua vocazione letteraria. Steiner appare però perso nelle sue paure, incapace di vivere appieno la vita, schiacciato dall’indeterminatezza dell’esistenza[7]. La caratteristica dell’ambiente intellettuale come dell’aristocrazia, descritta in seguito, è l’isolamento, la distanza dalla vita vera che li rende estranei alla vita stessa[8]. Dopo l’incontro a casa di Steiner troviamo Marcello in un ristorante a Ostia, alle prese con il tentativo di scrivere il suo romanzo, distratto dal jukebox e da una giovanissima cameriera umbra, dal volto angelico. Nella scena successiva invece arriva a via Veneto il padre di Marcello che tenta di stabilire un dialogo semplice e profondo, riscontrando però anche in questa figura la superficialità delle relazioni già date. Le distanze tra vecchio e nuovo, tra città e campagna si banalizzano attraverso la vorticosa attrazione che il padre, come il figlio, provano nei confronti della frenetica vita capitolina. A notte fonda, sentitosi male, il padre decide di ripartire, dimostrandosi freddo e distante dal figlio. Troviamo un protagonista sempre più perso, sconfortato dal non riuscire a trovare certezze nemmeno attraverso una figura di riferimento come il padre.

L’episodio successivo descrive l’ambiente aristocratico: si svolge in un castello, evoca l’isolamento di tale classe sociale, un mondo a parte, e amplifica la sensazione di antico attraverso ambienti spettrali e ammuffiti. Se almeno la borghesia si interrogava sul significato dell’esistenza, la nobiltà arriva ad un passo ulteriore di vuoto intellettuale. Marcello è sempre più in balia dell’attrazione che prova per la dolce vita, libera dalle pressioni della realtà.

Dopo la notte passata con Emma, Marcello viene svegliato dal telefono che annuncia una disgrazia avvenuta a casa Steiner. Marcello si reca a casa dell’amico, già assediata dalla stampa per scoprire che l’intellettuale si è suicidato dopo aver ucciso i suoi due figli. La moglie non è ancora tornata a casa e non sa della tragedia occorsa. Fellini ci offre così un ultimo spaccato della crudeltà e del cinismo dei media. Vediamo infatti l’orda di fotografi che circonda la moglie, che sorride ignara alle fotocamere. L’attrazione morbosa della stampa per il dolore non conosce ostacoli morali o etici. La notizia si pone così al di sopra di qualunque criterio di solidarietà umana. Muore così l’unico personaggio che almeno idealmente era riuscito ad ispirare Marcello verso il raggiungimento delle sue aspirazioni più profonde.

Nell’episodio finale Marcello si ritrova in una delirante festa dell’ambiente sotto-intellettuale. In mezzo a giornalisti da quattro soldi, attori, attrici e travestiti, Marcello si rivela conquistato dal freddo cinismo dei soldi. Ha venduto al denaro il suo talento, accantonando giornalismo e letteratura per diventare un agente pubblicitario ruffiano. Sorto il sole, gli invitati si recano sulla spiaggia dove alcuni pescatori trascinano a riva la carcassa di una razza, una creatura già in putrefazione, brutta, un “mostro”. E’ il simbolo della definitiva caduta. Marcello rivede lontano sulla spiaggia la giovane cameriera dal volto angelico, da lontano gli dice qualcosa che il rumore del mare gli impedisce di sentire. Abbandona così una volta per tutte l’idea di mettersi in contatto con la dimensione più pura e profonda di se stesso così come della società. L’ultima scena, di grande valenza simbolica, vede Marcello allontanarsi con il suo nuovo ambiente sociale e la ragazza che lo osserva da lontano, continuando a sorridergli.

“La dolce vita” è il punto d’inizio di una fase totalmente nuova nella storia del cinema italiano, che sposta l’attenzione non più sulle dinamiche della povertà ma sui vizi della società borghese. Fellini inaugura un filone, molto longevo, che vede la crisi d’identità della borghesia al centro dei suoi discorsi. Il film, seguendo Marcello e il suo girovagare tra via Veneto, le ville aristocratiche della provincia e i salotti romani, scava negli ambienti alti della Roma-bene, investendo allo stesso modo la nobiltà e il clero, gli intellettuali e il potere politico. Tutto ne “La dolce vita” è visto in una dimensione di degrado e di disumana mercificazione. La caccia all’insolito, la ricerca della notizia sensazionale, la totale assenza di qualunque sentimento autentico, fanno sì che la stessa morte orribile di Steiner venga sfruttato come un elemento di prima pagina. La coralità del film, l’assenza di una trama vera e propria, lo spostarsi dell’attenzione su ceti e personaggi non più legati alla formula populistica, l’esasperarsi del contrasto lacerante tra spirito e volgarità, e infine l’acuirsi dell’osservazione sociale attenta, anche al piano esplicitamente politico, oltre che alla dimensione antropologica e sociologica, fanno de “La dolce vita” un vero e proprio capolavoro della storia del cinema italiano[9].

GIULIO OLESEN


[1] E’ un film diretto da Federico Fellini del 1960, Riama Film (Roma), Pathè. Consortium Cinéma, Parigi. Vincitore della Palma d’Oro al 13° Festival di Cannes.
[2] E. Bìspuri. Interpretare Fellini. Guaraldi. 2003. Pag. 103-104.
[3] A. Meneghetti. La Cinelogia ontopsicologica. Psicologica Editrice, 2008. Pag. 90.
[4] C. Costantini. Un tuffo in quei anni folli. Il Messaggero. 19/7/1991.
[5] Marcello: “Tu sei tutto Sylvia, ma lo sai che sei tutto? You are everything, everything. Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa. Ah ecco che cosa sei… La casa..”
[6] E. Bìspuri. Interpretare Fellini. Guaraldi. 2003. Pag. 42.
[7] Steiner dice: “Qualche volta la notte questa oscurità, questo silenzio mi pesano. E’ la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa, mi sembra che sia soltanto apparenza e nasconda l’inferno […] Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia di un’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato […]”
[8] “Non credere che la salvezza sia chiudersi in casa, non fare come me […] è meglio la vita più miserabile, credimi, che un’esistenza protetta da una società organizzata in cui tutto sia previsto, tutto perfetto […]”
[9] E. Bìspuri. Interpretare Fellini. Guaraldi. 2003. Pagg. 104-105.
commenti
  1. francesco ha detto:

    Bel commento di un film, a parer mio, decisamente sopravvalutato nei contenuti.

  2. GB ha detto:

    Commento molto accurato, sei riuscito a cogliere la vera essenza di un film che tutti hanno visto,ma che in pochi, forse, hanno compreso realmente. Sono completamente daccordo con te quando dici che è “una fusione di sogno e società”.

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