Appunti di crisi

Pubblicato: gennaio 25, 2012 in The Holy Zen's Works

RAPPORTO CENSIS: “SENZA INNOVAZIONE NON C’E’ CRESCITA”.

 
Il rapporto annuale sulla situazione sociale del paese, elaborato dal Censis e diffuso lo scorso 2 dicembre, ha analizzato le cause del ristagno economico che, accompagnato dalla negativa congiuntura economica internazionale, caratterizza e distingue il nostro paese rispetto alle altre economie europee. Carenza dileadership,  abbassamento della qualità professionale, formazione inadeguata e crisi dei servizi i limiti individuati dal Centro Studi Investimenti Sociali.
Il sistema-Italia non cresce più, e non cresce oramai da dieci anni. Il Censis, nel suo rapporto annuale, traccia alcune linee interpretative della situazione economico-sociale del nostro paese. Gli indicatori utilizzati dalla ricerca individuano dei settori in deficit della nostra struttura produttiva che, comparati con gli standard europei, collocano l’Italia alle ultime posizioni nello sviluppo globale delle economie occidentali. Lo studio parte dall’analisi della classe dirigente del Paese: “Poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eclatante: le tre caratteristiche osservate, insieme alla contrazione della dimensione complessiva, indicano che la debolezza delle classi dirigenti è un fenomeno attribuibile non esclusivamente ai comportamenti dei vertici più elevati – afferma il Censis -, ma che si estende all’intero strato sociale di riferimento”. La classe dirigente italiana si è ridotta nel numero (100.000 unità), nella componente giovanile (Da 210.000 a 170.000 unità in termini assoluti), nella stima percepita (Solo un quarto dei cittadini italiani dichiara di avere fiducia nelle principali istituzioni rappresentative; non va meglio per quanto concerne sindacato, stampa, televisione, giustizia), in controtendenza rispetto al resto d’Europa.
La classe dirigente risente comunque di carenze strutturali che hanno radici ancor più profonde: se già nel quinquennio di espansione economica 2000-2005 l’Italia cresceva solo del 5%, nell’intervallo decennale 2000-2010 la crescita scende al 4%, contro i 22,7% della Spagna e l’11,9% della Francia. Per il Censis “tale dinamica è stata sicuramente condizionata dalla qualità della crescita occupazionale registratasi in Italia negli ultimi anni, che ha visto aumentare i lavori a bassa o nulla qualificazione a scapito di quelli più qualificati sotto il profilo professionale e formativo”. La mancanza di strategie imprenditoriali di ampia gittata, un’ampia area di attività sommerse, la mancata crescita nei settori dell’economia a più alto valore aggiunto, come i servizi – basti pensare al decremento nell’ambito delle attività legate al commercio e al turismo del 2,4% – in cui l’Italia ha le potenzialità per agire da primo della classe, oltre alla scarsa propensione ad innovare del pubblico e del privato, si traducono così in  “carenza di investimenti, immobilismo del mercato del lavoro, ma anche incapacità di cavalcare le nuove e più spinte dinamiche che investono i mercati”. L’Italia risulta così essere un paese sottodimensionato strutturalmente, vittima di politiche di corto raggio e di una tendenza conservatrice che investe tutti i settori.
L’analisi termina soffermandosi sulla formazione nel nostro paese: “Il sistema educativo italiano non sembra ancora riuscire a rispondere adeguatamente alle molteplici esigenze espresse dal tessuto sociale ed economico”. Come affermato in precedenza, l’Italia non ha investito abbastanza, o lo ha fatto male, nella formazione di lavoratori specializzati: lauree triennali, percorsi formativi post-diploma non universitari, apprendistato, percorsi di istruzione e formazione professionale, istituti tecnici da una parte hanno moltiplicato l’offerta, mentre dall’altra si confrontano con una domanda di lavoro in gran parte non correlata a nessun livello d’istruzione. Significativo è quindi il problema della spendibilità dei titoli di studio. L’Italia detiene in Europa il triste primato della disoccupazione tra i laureati; inoltre coloro che fortunatamente trovano occupazione risultano sottoinquadrati rispetto al titolo di studio posseduto.
Sono segnali preoccupanti quelli lanciati dal Censis. Denotano innanzitutto il fallimento delle politiche del lavoro e dell’istruzione, imputabili alla classe dirigente degli ultimi venti anni. Scarsa lungimiranza politica, resistenza della classe imprenditoriale all’innovazione, tagli lineari a servizi come trasporto pubblico locale, comparto sicurezza, scuola pubblica e politiche sociali, errori strategici nella pianificazione industriale regalano l’immagine di un’Italia arretrata e fuori fuoco. Il rapporto fornisce comunque importanti indicazioni, fondate su innovazione e istruzione, per agire nell’immediato futuro e correggere la rotta in direzione del ruolo da protagonista che il nostro paese deve interpretare in Europa.
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