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Pubblicato: gennaio 17, 2012 in The Holy Zen's Works

SABATO 14 GENNAIO 2012

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DELLA CRISI. LA TELEVISIONE SI EVOLVE.

   
La crisi economica sembra aver vinto il titolo di spartiacque della società italiana. Indiscutibilmente anche la televisione ha visto modificare in buona misura contenuti e modalità informative. Si sono moltiplicati i programmi d’informazione. La politica ha perso spazio sia per la natura tecnica del nuovo governo sia per l’ulteriore crisi di credibilità della classe politica. Far apparire il governo come meramente tecnico può essere interpretato come un’abile manovra istituzionale, finalizzata a rendere più digeribili provvedimenti impopolari e a deresponsabilizzare la politica stessa.
Il giornalismo italiano, quasi nel suo insieme, si stupisce del mutato interesse dei media in generale per le questioni economiche e sociali. Come un passante che cammina con lo sguardo fra le nuvole fino a che non inciampa sbattendo il muso per terra e poi si meraviglia di essere caduto, il giornalista e, soprattutto, l’editore italiano sembrano stupirsi di non aver avuto, negli ultimi 17 anni, la forza, il coraggio e il talento di imporre un’informazione svincolata dalle logiche informative dell’era berlusconiana. Montanelli sottolineava sempre la necessità di porsi al servizio del lettore, negli ultimi anni però la tendenza registrata pare essere stata di asservimento al lettore/spettatore e alle sue più profonde pulsioni.  Ciò fa e faceva ascolti e vendeva copie, a discapito, però, di un’informazione quantomeno completa.
Si è strillato a lungo sulla necessità di un’informazione oggettiva ed imparziale confondendo spesso i due termini con informazione pluralista. Ciò che più di tutto sta dimostrando Michele Santoro con la nuova multipiattaforma di Servizio Pubblico, svincolato da logiche politiche interne alla RAI, è che non interessa e probabilmente non è possibile un’informazione imparziale e oggettiva. Santoro fa sentire costantemente la sua linea editoriale lungo tutto il programma. Ogni intervento, ospite o componente sembrano avere un loro specifico ruolo all’interno del programma che ha in mente il giornalista. Non c’è spazio in Servizio Pubblico per le “chiacchiere a vanvera” che tanto avevano caratterizzato i programmi di approfondimento fino alla scorsa stagione. Due ospiti principali occupano lo spazio centrale della trasmissione, di modo che risulta diminuita la possibilità di sviare argomenti, rispondere evasivamente o in maniera tendenziosa. L’attenzione rimane focalizzata sugli ospiti. E’ già un passo avanti dalle arene politiche degli anni passati, dove più politici di ogni colore si palleggiavano responsabilità e accuse. Un disegno generale nel programma di Santoro lo si può dedurre principalmente dallo stile molto patetico dei servizi che amplificano le componenti emotive, quasi sovrapponendole ai fatti. Inoltre lo si intuisce dalla scelta degli ospiti: due ospiti isolati rendono più facile la generalizzazione nei confronti di una e dell’altra parte politica. La scelta di ospitare un personaggio come Daniela Santanchè, PDL,  di fronte al sindaco PD di Bari Emiliano, esula difficilmente da calcoli di immagine delle rispettive parti politiche. Il tentativo di far apparire la destra come ignorante, cialtrona e un poco razzista è apparso evidente.
Le immagini mostrate da Servizio Pubblico come gli interventi degli ospiti potranno quindi sembrare tendenziose, ma sono comunque importanti perché offrono una prospettiva da comparare con altre fonti e altra informazione. E’ importante che ci sia un programma come Servizio Pubblico nella misura in cui posso confrontarlo con altre idee.
                                           
La vera novità di Servizio Pubblico risiede nella modalitàin cui è permesso agli ospiti di esprimersi più che nella maniera in cui trasmette. Ciò che fece Berlusconi quando fondò il suo impero televisivo non appare troppo diverso da ciò che Santoro ha realizzato tramite la sua multipiattaforma. Berlusconi comprò moltissime emittenti regionali cominciando a trasmettere tramite le loro frequenze una programmazione unificata, fruibile dall’intero territorio nazionale. Iniziò così l’era delle televisioni private, che in negli Stati Uniti e nel resto d’Europa avevano già conquistato i rispettivi mercati. Santoro ha usato una strategia simile, sfruttando la potenza di un nuovo medium in circolazione, internet. Ha avuto il coraggio di un’operazione semplice ma che nessuno in Italia aveva provato. Forte della sua autorità giornalistica, pubblicizzato in estate dalle possibilità del suo futuro in televisione, dopo la cacciata dalla RAI, ha istituzionalizzato la pratica sviluppata con l’esperimento multimediale di “RAI Per Una Notte”, agganciandola al mezzo tradizionale tramite le reti regionali, proiettato all’infinito tramite internet.
Imputare alla crisi tale rinnovamento appare comunque limitante. In Spagna, dove la televisione non è così diversa dalla nostra, di crisi si parla già da alcuni anni, nonostante siano anche qui alcuni anni che si respira un clima recessivo, fatto di cassaintegrazioni e disoccupazione, soprattutto giovanile. Probabilmente ai nostri cugini iberici mancava il fenomeno mediatico di Berlusconi, ma davvero al di fuori delle sue aziende mediatiche non è stato possibile parlare dei problemi reali che già viveva il paese o parlare delle gaffe dell’ex-Presidente del Consiglio è stata una scelta editoriale? La questione dell’utilizzo di internet segue solamente la normale evoluzione tecnologica che in tutto il mondo sta rivoluzionando l’informazione e la televisione.
Con la fine del Governo Berlusconi e l’aggravarsi della crisi non è stato possibile continuare a non parlare della situazione economica, e si è visto che faceva davvero buoni ascolti. Certo è che non si sente più nel giornalismo la necessità di difendere le scelte del Governo. Altrettanto certa è la positività di un’informazione svincolata da tale necessità. Criticare la classe dirigente, anche in funzione di interessi esterni, rimane comunque un elemento fondamentale di un sistema democratico ma solo se inserita all’interno di un pluralismo di fonti e di idee.
GIULIO OLESEN

VENERDÌ 13 GENNAIO 2012

L’OCSE ALL’ITALIA: “DISEGUAGLIANZE IN AUMENTO, SERVONO NUOVE POLITICHE SOCIALI”

La parola equità, seguendo rispettosamente la tendenza economica, si sta inflazionando, molto usata dai governi che in questi mesi stanno varando dure manovre economiche. L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha pubblicato una nota sull’Italia all’interno di un documento sulle diseguaglianze in base al reddito nei paesi membri che può fornire una prospettiva diversa e suggerire soluzioni equilibrate a chi oggi deve prendere decisioni importanti.
Leggendo il documento si immagina l’Italia come un grande gomitolo avente un’estremità impegnata a formare un maglione e l’altra a formarne un altro. Uno è il reddito degli italiani più ricchi, l’altro quello degli italiani più in difficoltà. Il gomitolo non è infinito, senza la giusta redistribuzione ci troveremmo di fronte a un maglione e ad una canottiera.
Dagli anni ’70 a oggi la forbice di diseguaglianza si è allargata costantemente con brevi inversioni di tendenza. Dividendo in percentuale gli italiani in base al reddito risulta che, mentre nel 1980 l’1% più ricco possedeva il 7% del reddito totale del paese, nel 2008 ne possedeva il 10%. In proporzione i più poveri guadagnavano un decimo dei concittadini più ricchi. Negli anni ’90 il reddito dei ricchi era invece otto volte superiore. Inoltre si è registrata una drastica diminuzione della tasse per i redditi alti, le aliquote marginali sono infatti passate dal 73% del 1981 al 43% del 2011.
Come se al povero in canottiera venisse affidata una “mamma” addizionale per coprirlo con una coperta, lo Stato tradizionalmente esercita solo la funzione assistenziale che, tuttavia, -scrive l’OCSE- ha compensato l’aumento delle diseguaglianze di reddito.
Nuove politiche fiscali e previdenziali, redistribuzione attraverso servizi pubblici gratuiti sono le strade da seguire secondo l’OCSE. Per il lavoro, infine, suggerisce alle imprese una formazione continua dei dipendenti e la creazione di posti di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori.
GIULIO OLESEN

MERCOLEDÌ 11 GENNAIO 2012

IL DEGRADO DEL PENDOLARE. FOTOGRAFIA DI UN PAESE IN CRISI.

I tagli delle Ferrovie dello Stato sulle tratte brevi hanno provocato reazioni a catena che vanno ad aggravare le già precarie condizioni dei lavoratori pendolari. Andare al lavoro nel 2012 sembra essere una versione moderna del romanzo picaresco, un’avventura formativa, tra degrado, sporcizia e normale amministrazione.

Svegliarsi la mattina presto per andare a lavorare in città fa parte della quotidianità di milioni di italiani che abitano le campagne e gli hinterland cittadini oramai da decenni. L’attenzione che le amministrazioni riversano verso tali cittadini sembra essere un’attenzione di serie B. La fine dell’ultimo decennio è stata attraversata da una revisione degli obbiettivi di servizio di Trenitalia, passata prepotentemente ai treni ad alta velocità come Freccia Rossa, e ad investimenti importanti da parte del Governo sulla TAV Torino-Lione.
L’inversione di tendenza, per un paese che ha puntato, con palesi deficienze amministrative, sui treni regionali ad alta percorrenza, svuotando d’altronde il ruolo che in altri paesi gioca il servizio di Autobus che collega splendidamente, ad esempio in Spagna, le piccole comunità lungo il territorio nazionale, ha reso la vita impossibile ai pendolari. Basta andare a farsi un giro nelle principali stazioni dello Stivale per rendersi conto del disagio vissuto da questa categoria di lavoratori.
Raccogliendo le testimonianze dei diretti interessati non si potrà che cogliere la frustrazione di sentirsi abbandonati a sé stessi. Accompagnati lungo le tratte si raccolgono immagini di “carri bestiame”, dove la gente viaggia ore stipata in carrozze disomogenee. Fanno notare i pendolari come la sporcizia regni sovrana in treni composti da poche carrozze ognuna diversa dall’altra di cui almeno due porte solitamente non funzionano. La soppressione di numerosi treni notturni ha peraltro aggravato la situazione economica dei lavoratori, costretti ad affidarsi alle ben più care tariffe diurne o ad alzarsi ben prima dell’alba a causa di orari impossibili.
La soppressione di moltissime tratte, che hanno fatto spazio ai binari dell’alta velocità, assieme ai tagli di budget sono le principali cause imputate all’amministrazione delle ferrovie e alle politiche infrastrutturali dei governi passati.
Numerose sono state le azioni di protesta negli ultimi tempi, a partire dalla manifestazione di fronte alla Regione Liguria lo scorso novembre, e sempre dalla Liguria viene l’inchiesta, portata avanti da Legambiente Liguria e dal suo presidente Santo Grammatico, denominata Pendolaria. Legambiente denuncia come solo lo 0,5% del bilancio regionale venga destinato a treni nuovi e fanno partire la richiesta alla Regione di più treni a servizio dei lavoratori. Legambiente ha inoltre organizzato un’azione dimostrativa: hanno fatto recapitare a Enrico Vesco, Assessore ai trasporti della Regione Liguria, una lettera delle rappresentanze dei pendolari, contenente i risultati dell’inchiesta, richieste e proposte concrete, da un messaggero vestito da Babbo Natale. Davanti alla famosa “letterina” l’assessore si è comunque schierato dalla parte dei lavoratori pendolari, denunciando l’effettiva precarietà dei trasporti regionali, imputando però la totalità delle responsabilità al taglio dei finanziamenti agli enti locali voluta dal precedente e dal corrente Governo. Il tema delle risorse risulta quindi fondamentale per le amministrazioni locali, pronte a dare battaglia per riottenere, almeno in parte e per ora a parole, i fondi persi, così da poter garantire al cittadino un servizio decente e degno di un paese civile.
GIULIO OLESEN

Da: ZEROCALCARE.IT

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